Arriva un tempo, nell’educazione di ciascun uomo, in cui egli si convince che la competizione è ignoranza; che l’imitazione è suicidio; che deve saper accettare se stesso per il meglio e per il peggio, come parte sua; che per quanto il grande universo sia buono e generoso, nemmeno un chicco di nutriente grano può arrivare à lui se non attraverso la fatica prodigata su quel pezzo di terra che gli è stato dato da dissodare.

Ralph Waldo Emerson, Fiducia in sé stessi, Saggi, 1841/44

Così come può accadere che un pugile, nel momento in cui si rende conto di non poter competere ad armi pari col proprio avversario, faccia ricorso a qualche colpo basso, allo stesso modo è facile che l’invidioso, nel momento in cui comprende che non potrà mai eguagliare il proprio rivale, ricorra alla calunnia. Ma così facendo, l’uno e l’altro – il pugile scorretto come l’invidioso – vanificano nel modo peggiore l’unica possibilità rimastagli: quella di finire al tappeto con onore.

Giovanni Soriano, Malomondo, 2013

Secondo gli antichi, il settimo specchio Esseno era il più sottile e, forse il più difficile.

E’ lo specchio che ci chiede di ammettere la possibilità che ogni esperienza di vita, a prescindere dai suoi risultati, è di per sé perfetta e naturale evidenziando la relazione o il conflitto tra noi e il mondo esterno.

Le parole chiave che lo riguardano sono: competizione, giudizio, paragone, perfezione.

Quello che riflette è il concetto di paragone e il livello di giudizio che si scatena quando ci preoccupiamo di conseguire risultati di altri mortificando noi stessi e se non ci riusciamo, disprezzando… più siamo invischiati nella natura umana più la critica che mettiamo in atto, è feroce.

Perseguiamo scopi individuali spesso a scapito di alte persone, convinti che da tutto questo dipenda la nostra sopravvivenza; troviamo conforto nel confronto continuo con l’esterno dal quale però cerchiamo ammirazione.

Farci irretire da questo specchio significa vivere una vita in perenne competizione volta a cercare quello che ci manca [che non troveremo mai], senza renderci conto che la felicità è il presente ed è nelle nostre mani. [Questo non significa smettere di avere obiettivi o evitare di migliorare la propria vita, ma che le motivazioni siano interiori, non una risposta a canoni o parametri esterni].

Anche in questo caso porterò i punti di vista: A. Miranda e G. Braden,

Arcangelo Miranda nel suo libro “Io sono me” propone una storia Zen molto significativa di cui farò un riassunto.

È la storia di un Re che aveva un paggio sempre allegro… lo era semplicemente perché non aveva motivo, di essere triste, visto che aveva tutto quello di cui aveva bisogno: una famiglia, vitto e alloggio nella residenza reale e con la sua paga poteva pure permettersi qualche capriccio…

Il Re era molto infastidito, non era possibile secondo lui essere felici per così poco, quindi non gli credeva e riteneva che lui avesse un segreto e non volesse svelarglielo.
Il Re pur avendolo minacciato non ottenne ragione e chiese quindi consiglio al consigliere più saggio che aveva nel suo regno il quale, molto candidamente, gli riferì che il suo paggio era felice perché era fuori dal giro!

Quale giro? Chiese il Re. Il giro dei 99, rispose il saggio, e dimostrò al Re di cosa si trattava.
Fece trovare fuori dall’abitazione del paggio una borsa di cuoio con 99 monete e un messaggio che recitava:
Questo tesoro è tuo; è il premio per essere un brav’uomo. Goditelo e non dire niente a nessuno.
Il paggio trovò la borsa e contò le monete, erano 99, non potevano essere solo 99 dovevano essere per forza 100, chi mai avrebbe potuto donare 99 monete? Pensò quindi di essere stato derubato!

Nella sua mente s’insinuò un tarlo che lo portò a immaginare mille modi per guadagnare la moneta che mancava, compromettendo la sua serenità!
Il suo malumore, i suoi continui brontolii finirono per causargli il licenziamento; il Re ritenne che non fosse piacevole avere un paggio sempre di cattivo umore…

Morale?
Tutti noi siamo stati educati a pensare che saremo felici solo dopo aver completato quello che ci manca [in realtà mancherà sempre qualcosa] è evidente che la felicità non la raggiungeremo mai!

A prescindere dal fatto che si raggiungano o no alti traguardi stabiliti per noi da altri, siamo invitati a guardare ai nostri successi nella vita senza paragonarli a riferimenti esterni di alcun genere.

Il solo modo in cui riusciamo a vederci sotto la luce del successo o del fallimento è quando misuriamo i nostri risultati, facendo uso di un metro esterno.

A quel punto però dovremo porci questa domanda:

A quale modello e metro ci stiamo riferendo per misurare i nostri risultati?

Questo specchio ci chiede di ammettere la possibilità che ogni aspetto della nostra vita personale o professionale – sia perfetto così com’è; dalla forma e peso del nostro corpo, ai nostri risultati in ambito accademico, aziendale o sportivo.

Sarà vero unicamente se il solo punto di riferimento saremo noi stessi!
Ecco un paio di esempi che Gregg Braden propone a favore di questa tesi.

Il primo racconta di una giovane ragazza che aveva intrapreso la professione di modella, con l’approvazione dei suoi genitori.

Era una bellissima ragazza, piena di talento, sportiva; aveva incontrato i favori del grande pubblico ma secondo le agenzie per cui lavorava, aveva bisogno di alcuni piccoli “aggiustamenti”. Iniziò con piccoli ritocchi, giro vita e seno, fino a pretendere operazioni chirurgiche più complesse che compromisero pesantemente la sua salute, fino alla sua morte…

Il secondo racconta la storia di una coppia di vecchi coniugi (apparentemente duri d’udito) incontrati nella sala d’attesa di un terminal aeroportuale; comodamente seduti ingannavano la loro attesa esprimendo giudizi (a voce relativamente alta) sulla gente che passava loro accanto. Quando videro una grassa signora, le riservarono la loro dura critica senza preoccuparsi di quali potessero essere i motivi del suo peso, per loro era semplicemente vergognoso proporsi al mondo in quel modo…

Braden a tal proposito dice: Erano persone per bene, non avevano intenti malevoli. Avevano solo quell’abitudine inconscia a criticare. In quel momento capii che avevamo avuto tutti una rara opportunità. La donna aveva avuto l’opportunità di sentirsi giudicare; la coppia aveva avuto l’opportunità di giudicare qualcuno ed io avevo avuto l’opportunità di esserne testimone.

Entrambe le storie illustrano questo settimo specchio: il mistero del ricercare la perfezione, nell’imperfezione della vita.

La giovane donna che aveva perso la vita, con quali standard si misurava? L’avevano fatta sentire imperfetta e l’avevano costretta a cambiare il corpo che le era stato dato in questa vita.

Che metro aveva usato?

Quanto alla coppia che aveva percepito la donna come grassa e a me, che la descrivo come tale a voi, che termine di paragone avevamo usato?

Fino a quando non paragoneremo la nostra esperienza di vita a un referente esterno, come possiamo dubitare della nostra perfezione?

Quali potrebbero essere le domande utili a prendere coscienza, nel momento in cui ci apprestiamo a emettere un giudizio?

Quali i parametri che usiamo?
(ammesso e concesso che ci sia la necessità di giudicare…)
A cosa dobbiamo fare attenzione?
Di cosa dobbiamo essere consapevoli?

Secondo cosa distinguiamo il successo dal fallimento?
Che metri usiamo nella vita?

Se incarno questo specchio, se do il meglio di me nel momento presente, il risultato è perfetto, fino a quando non mi paragono a qualcun altro;
è perfetto e il meglio che può essere in questo momento.

Questo per gli Esseni è il nodo più delicato, perché siamo sempre pronti a giudicare noi stessi!

Siamo noi i nostri critici più agguerriti!

Sarà interessante esaminare la nostra vita e individuare le aree di infelicità in noi stessi, ma questo può accadere soltanto se non abbiamo fatto del nostro meglio oppure se abbiamo fatto del nostro meglio e ci siamo paragonati a qualcun altro.

Che metro usiamo nella nostra cultura?

Questi sette specchi dei rapporti umani sono potenti, ci forniscono delle profonde intuizioni e gli Esseni ci ricordano che ciascuno di noi passerà attraverso ogni specchio durante la propria vita, che ne siamo coscienti oppure no.

Spesso ci muoveremo in molti specchi simultaneamente perché siamo maestri e lo diventiamo sempre di più durante la nostra vita, forse senza nemmeno renderci conto del perché dei nostri comportamenti. Sarebbe bello se ogni mattina si accendesse una bella luce al neon che ci dicesse: “Oggi, dopo aver fatto colazione, dopo che i tuoi familiari saranno usciti, potrai cominciare il tuo lavoro sull’oscura notte dell’anima.”

La vita non funziona così. Siamo invitati a conoscere noi stessi, unitamente alla presenza di altri; attraverso i nostri rapporti umani e una volta sanati, diventeremo il beneficio di quella guarigione e lo porteremo in noi nel sogno ad occhi aperti della vita, camminando tra i due mondi del cielo e della terra.

Eccoci arrivati alla fine di questo percorso, Sette Specchi, altrettanti argomenti trattati, alcuni apparentemente semplici, altri molto complessi da spiegare e anche da sperimentare.

Era da tempo che ci pensavo e ogni volta che mi capitava di rileggerli e di usarli avevo la sensazione che ci fosse bisogno di parlarne in modo più approfondito e per un certo verso semplice.

Ci ho provato, spero che possano essere di aiuto così come lo sono stati per me in varie riprese.

Come ho anticipato nel primo post ho fatto riferimento alla traduzione che Stazione Celeste ha messo a disposizione della conferenza di Gregg Braden e alla pubblicazione di A. Miranda “Io sono Me”.

Gregg Braden li propone anche nel suo libro La Matrix Divina e proprio da questa pubblicazione ho tratto questa citazione:

Voi esaminate l’aspetto del cielo e della terra, ma non siete arrivati a comprendere colui che è di fronte a voi, e non sapete interpretare il momento attuale.

Il Vangelo di Tommaso