Quella che segue è la testimonianza di Michela, una cara amica che ho conosciuto 7 anni fa in occasione di un master, e della quale amicizia non avrei scommesso un centesimo, tanto eravamo diverse.
Lei ha avuto la costanza in questi anni, nonostante abitiamo a 300 kilometri di distanza, di mantenere i contatti e, volente o nolente è diventata anche la mia cavia. Entrambe siamo in cammino, in ricerca e questo ci ha permesso di sperimentare un sacco di cose, a volte più, a volte meno consapevolmente. Recentemente ha avuto modo di testare un processo che aiuta ad individuare ed evolvere i nostri doppi. In ambiente antroposofico il doppio è considerato un essere spirituale – ci sono diverse pubblicazioni che ne parlano. Possiamo anche chiamarlo ombra, in ogni caso è una parte di noi che tende a governarci piuttosto che aiutarci nella nostra evoluzione, poi si capirà meglio da quanto Michela testimonia. Eccola:

Il salmone, che fatica!
Ma pensa te, quel povero salmone che nuota controcorrente, facendo una fatica mostruosa, ma almeno lui lo sa perché lo fa?”.

Mentre la mia cara amica, Francesca, coach e designer, pronunciava queste parole, percepivo con tutta me stessa l’enorme fatica del povero salmone.

Quanta fatica stavo facendo per vivere? Quanta insoddisfazione stavo accumulando dentro di me, coltivando l’arte della lamentela, che a breve mi avrebbe fatto vincere il premio “lagna senza sosta”?
Che dire, ero ostaggio di me stessa e come tale, solo io potevo liberarmi.

Tanto valeva provarci, peggio di così…

E ci ho provato: ho messo insieme le mie conoscenze con le indicazioni e spiegazioni che la mia amica mi stava pazientemente (santa donna) trasferendo e ho usato il tutto per uscire dalle sabbie mobili.

Insomma, un laboratorio vivente, in cui contemporaneamente mi ritrovavo a fare da osservatore e da cavia, un incredibile kolossal di cui ero produttore, regista, protagonista e spettatore, un’abbuffata clamorosa per il mio ego atavicamente affamato di protagonismo.
Dovete sapere che il mio vocabolario è deficitario di alcuni termini: pazienza, lucidità (detta anche saper prendere le distanze da me stessa), prudenza. Mi sono sempre gettata a capofitto in ogni esperienza che la vita mi ha presentato e chi se ne fregava se poi mi contorcevo per i mal di pancia successivi, affliggendo tutti gli amici con sfinenti elucubrazioni mentali, nel tentativo di dare tutta la responsabilità dell’accaduto a qualche agente esterno a me. La convinzione che mi muoveva era (a mio parere) inconfutabile: il mondo ruota attorno a me, quindi mi aspettavo che il comportamento degli altri fosse funzionale a questo, per quale motivo questo non accadeva?
Come si fa a chiedere al sole di smettere di scaldare anche solo per un istante? È la sua natura. Certo, io non sono il sole, ma prova a far capire a un egocentrico narcisista che non è lui al centro del sistema solare…

Torniamo a noi: solitamente chiedo la benedizione delle persone che reputo importanti prima di agire in circostanze per me particolarmente delicate.
In questa occasione decisi di non farlo; volevo capire se potevo farcela da sola, con le mie forze e le mie capacità.
La teoria del doppio è affascinante, tanto quanto complessa. La bravura di Francesca è stata nel sapermi trasferire il concetto in modo semplificato, attraverso una mappa che traccia le fasi per identificare questa specie di avatar.

Cos’è il doppio?
È una parte di noi, un apparente nemico che in origine nasce come amico, per consentirci di sopravvivere in modo confortevole, in una data situazione, per compensare un bisogno insoddisfatto e per proteggerci dalla sofferenza. Come un campanello d’allarme si attiva al minimo sentore che si stia delineando una “costellazione” di segnali presenti al momento della sua programmazione; non ce ne rendiamo conto, perché ormai, dopo anni e anni di convivenza, diventa un invisibile compagno di viaggio che vorrebbe tanto aiutarci nei momenti di difficoltà, mentre finisce per farci inciampare sempre sullo stesso punto. Sì, perché alla fine il volto del doppio è sempre lo stesso, solo che, come il quadro che ogni giorno vedi appeso sul muro, finisci per darlo per scontato, senza più riuscire a distinguerne le linee e i colori, soprattutto senza più ricordarti perché è lì e che cosa rappresenta per te.

Come dicevo, il doppio nasce come amico; nel mio caso, l’amico-nemico si era prodotto quando ero molto piccola, nella relazione con mia madre. Come tutti i bambini, chiedevo affetto, coccole, attenzione. Mia madre, come qualsiasi essere umano, compresa la sottoscritta, faceva del suo meglio con le capacità che si riconosceva (questo l’ho compreso di recente, dopo anni di liti e accuse) e siccome non se ne riconosceva poi molte, mi negava quanto chiedevo con la scusa “ormai sei troppo grande per certe cose”.

Si è mai abbastanza grandi per smettere di desiderare amore e riconoscimento? In quel momento ero davvero piccola e meritavo di essere al centro dell’universo. È nato qui il mio simpatico doppio, paladino in difesa del mio naturale bisogno, a quel tempo legittimo. Lui si è originato in risposta a quel profondo bisogno di amore e attenzione che avevo, per impedirmi di soffrire. Da quel momento è diventato il mio inseparabile amico invisibile, pronto a palesarsi in tutte le occasioni in cui il mio bisogno di attenzione e riconoscimento si affermava a gran voce senza trovare riscontro.
Non basterà l’amore di tutti gli esseri viventi, piante e animali compresi, per colmare il tuo vuoto, finché non imparerai tu per prima ad amare te stessa, a prenderti cura della tua persona, invece di delegare agli altri questo dovere”. Questa frase mi accompagna dal giorno in cui la sentii per la prima volta.

In ogni singola relazione che ho avuto, nella mia esistenza, ho sempre preteso di essere al centro dell’attenzione, ho sempre chiesto un’esclusiva che nessuno mi ha mai (giustamente) tributato, condannando me stessa a un perpetuo accattonaggio di amore che mi ha visto perfino barattare valori e principi in cambio della conferma (sempre illusoria) che sarei stata il sole della vita di quella persona.
Ed eccomi di nuovo lì, nel pieno dell’ennesimo test che la vita mi offriva, con la domanda: pensi che finalmente ti concederai di comprendere la tua lezione?

Qui mi sono fermata, ho respirato e mi sono detta: adesso o mai più.

Sei nel test: ci sei dentro, con tutto te stesso, con i tuoi pensieri, le tue emozioni e le tue sensazioni, con il tuo atavico bisogno insoddisfatto tenuto per mano dal doppio ed è proprio in quel momento che devi prendere le distanze, vivere e osservarti vivere, fare la tua parte e con la moviola rivedere ogni singola inquadratura, perché tutte le tue risposte sono lì dentro, in quel film che stai vivendo.
In quell’occasione ho guardato in faccia il mio doppio, l’ho riconosciuto totalmente, ho compreso la sua funzione originaria e, attraverso questa presa di coscienza, ho potuto ricondurlo alla sua intenzione positiva.

Innanzitutto, gli ho dato un nome: “o sole mio”. Ebbè, un po’ di spirito nella vita ci vuole, no?! Chiamiamo tutti per nome, giusto? Dategli un nome, aiuta il processo.
Una volta identificato, ho osservato come agiva. Qui, volendo, c’è anche da divertirsi, perché fare il regista, il protagonista e lo spettatore del proprio film non lascia certo spazio alla noia. Tra l’altro, non devi essere né bello né impossibile, quello che conta è che tu sia sempre presente a te stesso, ovvero consapevole di ciò che stai facendo e di come ti senti in relazione alla situazione che stai vivendo.
Il mio doppio immancabilmente bussa alla porta di tutte le mie relazioni. Il suo scopo primario è che io possa sentirmi amata e riconosciuta; di fatto, mi spinge ad agire per diventare l’”unico sole della vita dell’altro”.

Vi lascio immaginare, in un mondo di adulti che teoricamente dovrebbero aver imparato a prendersi cura di se stessi in modo autonomo, tutto questo cosa possa generare… E pensare che il suo obiettivo è evitare che io soffra!
Tu sei lì, con le tue aspettative schierate in prima linea, con i tuoi bisogni in attesa di venire soddisfatti, quando il doppio, puntuale come un orologio svizzero, si presenta. Tu non lo vedi, sei talmente abituato a comportarti sempre nello stesso modo, ottenendo sempre gli stessi (disastrosi) risultati, come puoi pensare che a sabotare i tuoi piani sia la tua stessa persona, replicata nel tuo alias, il famigerato doppio?

Ebbene sì, fatevene una (santa) ragione, siete proprio voi i sabotatori della vostra esistenza, i boicottatori dei vostri sogni, gli ostruzionisti dei vostri desideri. E quando finalmente prenderete atto di questa ineluttabile verità, finalmente (forse) smetterete di fare del male a voi stessi e otterrete quello che finora avete solo agognato.
A quel punto ho stretto la mano al mio doppio, gli ho dato il benvenuto nella famiglia, l’ho ringraziato per tutto il lavoro che aveva fatto fino a quel momento (quel che è giusto è giusto) e gli ho chiesto di fare solo un ulteriore piccolo sforzo, ovvero evolversi, probabilmente non se ne è accorto, ma io ora sono una persona adulta, i miei bisogni di allora forse non sono cambiati ma di sicuro è cambiato il modo per trovarne soddisfazione.

Sapete una cosa? Non occorre trovarsi in fin di vita per vedere scorrere davanti agli occhi tutte le esperienze trascorse e diventare consapevoli di quello che si è combinato. Basta fermarsi un istante, respirare, tornare presenti a sé stessi e a fine giornata rivedere la moviola.
Ora il salmone nuota, sempre controcorrente, fa pure ancora un po’ di fatica e allora dove sta la differenza? Ora sa che quello sta facendo, chi è e dove sta andando.

Grazie Michela e buon compleanno!