voi non potete rendere felici gli altri, in compenso potete danneggiarli se sarete degli infelici” questa frase l’ho letta ieri e continua a riproporsi nella mia menta, mi chiedo per l’ennesima volta cosa sia la felicità, che cosa si debba fare per conseguirla, partiamo da questo assunto “La felicità è lo stato d’animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri (piaceri)”.

L’etimologia fa derivare felicità da: felicitas, deriv. felix-icis, “felice”, la cui radice “fe-” significa abbondanza, ricchezza, prosperità.
Le sue caratteristiche sono variabili secondo l’entità che la prova (per esempio: serenità, appagamento, eccitazione, ottimismo, distanza da qualsiasi bisogno, ecc.). Quando è presente associa la percezione di essere eterna al timore che essa finisca. La felicità è quell’insieme di emozioni e sensazioni del corpo e dell’intelletto che procurano benessere e gioia in un momento più o meno lungo della nostra vita.

Questo è quello che in generale corrisponde alla parola felicità e potremo affermare che ogni essere umano ha come fine il raggiungimento di questa fantomatica felicità a livelli più o meno profondi.

Parole! si parole perché poi di fatto, quando siamo piccoli e chiediamo di avere qualcosa che ci rende felici, ci viene negato e ci viene insegnato che è molto meglio fare felice la mamma, il papà, i nostri amici etc etc piuttosto che soddisfare i nostri piaceri.

Il quel caso diventeremmo egoisti e non si fa!

Ci viene insegnato fin da piccoli ad essere generosi, ad occuparci degli altri, altrimenti cosa potrebbero pensare di noi, come potremmo conquistarci il paradiso;
la vita è una valle di lacrime e ogni conquista passa attraverso il sacrificio.
Impieghiamo tutta la vita a conseguire questa fantomatica felicità, la otteniamo?

Senza generalizzare, per quanto mi riguarda ho vissuto buona parte della mia vita a pensare che mio figlio, venisse prima di me, il modello di mia madre è stato questo, lei ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia, ai figli, ai genitori, ai parenti; quando qualcuno stava male lei correva e . . . ad un certo punto una malattia l’ha fermata; ha vissuto tutta la sua vita, senza mai neppure immaginare cosa sarebbe stato soddisfare un suo bisogno, figuriamoci un piacere.

Penso spesso a lei a volte con grande amore, a volte con grande rabbia; lei ha fatto le sue scelte e so che ha accudito con grande amore e dedizione tutti noi e tutte le persone che avevano bisogno di cura, ma che cosa le ha impedito di avere cura di se stessa.
Come possiamo amare qualcuno se non abbiamo sperimentato l’amore per noi stessi? Come possiamo rendere felice qualcuno se non sappiamo cosa sia la felicità, non l’abbiamo vissuta, sperimentata.

In questi ultimi anni, da quanto mi sono accorta di esistere e di meritare quanto di meglio la vita possa offrirmi, ho imparato ad apprezzare a provare un piacere intenso nelle piccole cose: nel trovare una giovane coppia di cicogne nel laghetto, nel camminare a piedi scalzi sul pavimento caldo, nell’abbracciare un’amico che mi sta a cuore, nella lettura di un pensiero che condivido, nel silenzio della mia casa quando ho bisogno di stare con me stessa.

Ho trovato dentro di me una miriade di emozioni che non avevo mai provato o forse che avevo solo dimenticato.
È accaduto tutto questo quando ho smesso di cercare, mi sono fermata e ho avuto il coraggio di escludere il mondo esterno per esplorare quello interiore.
La scoperta meravigliosa è stata la ricchezza che ho trovato, ecco questa credo si possa definire una sfumatura della felicità.

Le sfumature sono infinite e mi sono ripromessa di concedermi l’opportunità di sperimentarne altre, senza condizioni, così come vengono.
La sfida a volte è quella di lasciare che i piaceri si manifestino e che soddisfarli sia una cosa naturale, un “dovere” che abbiamo nei confronti di noi stessi.

Forse in questo modo evitiamo di danneggiare gli altri con la nostra infelicità!