Dal punto di vista biologico le forze del sistema ritmico mediano (cuore e polmoni) si ritirano. In questo periodo della vita sentiamo il bisogno di trovare un nuovo ritmo nella nostra vita e nella nostra professione.

Insistere a mantenere quelli precedenti significa potenzialmente danneggiare i nostri organi, fino anche a rischiare l’infarto o malattie dell’apparato respiratorio. È il punto in cui volenti o nolenti, ci si trova costretti a rallentare, a volte anche a fermarci per prenderci una pausa. Quello che fino allora era impensabile, ora diventa utile a riconsiderare la propria vita.

Viena anche definita la fase etico-morale, il cuore è l’organo della nostra coscienza o moralità; se da un lato la ragione ci porterebbe ad avere un comportamento razionale, logico, il cuore zittisce la ragione e ci fa agire diversamente. Siamo più aperti alla comprensione e ai bisogni del mondo, piuttosto che a quelli personali.
È come se il cuore si risvegliasse e iniziassimo a sentire e soffrire all’unisono con l’umanità.

Se in passato l’obiettivo era del tutto personale, per fare un esempio immaginiamo che una persona abbia investito tutta la sua vita professionale a costruire un’azienda che produce erbicidi e concimi chimici per l’agricoltura; negli ultimi tempi però, abbia iniziato ad ampliare le sue conoscenze in materia di ecologia e prenda coscienza che deve fare qualcosa.

Modificherà il suo obiettivo.

Probabilmente non getterà dalla finestra anni e anni di lavoro, ma gradualmente orienterà la sua produzione di prodotti a base di concimi chimici alla produzione e vendita di prodotti e concimi biologici, biodinamici.

La sua coscienza gli ha parlato e lui ha saputo ascoltare la voce del proprio cuore, facendo in modo che non possa essere sopraffatta dal desiderio di denaro e potere. È considerato anche il momento ideale per occuparsi di politica, nell’accezione migliore del termine, provando ad agire per il bene dei propri concittadini, del proprio Paese, dell’umanità.

E un altro momento in cui si ha la possibilità di delegare; si delegano incarichi e si diventa mentori per fare in modo che qualcuno, dopo di noi, possa proseguire nel cammino che abbiamo iniziato, più che un passaggio di testimone è una sorta di periodo di affiancamento per portare il successore alla completa autonomia.
Amo definire questo, un periodo di apprendistato, così come abbiamo avuto bisogno di entrare per gradi nel mondo del lavoro, così dobbiamo fare per uscirne, cambiando le nostre abitudini.

È arrivato il momento di imparare a soddisfare i nostri bisogni più intimi; sarà l’apprendistato della nuova professione, occuparci di noi stessi; abbiamo soddisfatto quelli dei nostri figli, dei nostri capi, ora dobbiamo imparare ad ascoltare e soddisfare i nostri, cambiando radicalmente punto di vista.

Posso testimoniare questo “sentire”, è proprio in questo periodo che ho riconsiderato la mia vita sotto molteplici punti di vista e livelli. Quello che ho cercato, ovviamente nel limite del possibile, è stato di modificare la mia scala delle priorità e per la prima volta nella mia vita in pole position c’ero io.

Al primo piano sì, ma con una diversa e nuova apertura nei confronti del resto del mondo.

A quel punto mi potevo concedere di ascoltare gli altri per volontà e non per dovere ed è stato il momento in cui ho dovuto rivedere il significato di ascolto. È stato come poter ascoltare a volo di gabbiano, da un punto in cui puoi avere più elementi e più punti di vista.

Ho cominciata a guardare e ascoltare attraverso me stessa, maturando una chiaroveggenza nel sentire, che mi ha reso più sensibile alle cose belle e brutte.

Riesco a commuovermi di fronte alle cose banali così come in quelle importanti. La sensazione è di aver finalmente capito il significato della parola compassione:

dal latino: cum insieme patior soffro.

La compassione è la partecipazione alla sofferenza dell’altro. Non un sentimento di pena che va dall’alto in basso.

Si parla di una comunione intima e difficilissima con un dolore che non nasce come proprio, ma che se percorsa porta ad un’unità ben più profonda e pura di ogni altro sentimento che leghi gli umani.

E’ la manifestazione di un tipo di amore incondizionato che strutturalmente non può chiedere niente in cambio.

Ed è la testa di ponte per una comunione autentica non solo di sofferenza, ma anche -e soprattutto- di gioia vitale, e di entusiasmo.

Tratto da unaparolaalgiorno.it