Ieri mattina ho avuto modo di partecipare ad un incontro di giovani adolescenti presso un centro che si occupa di disabilità e integrazione.

Il tema della giornata era “ricicliamo il dolore“.

Uno strano e forse anche nuovo modo di affrontare questo tema.

Alcuni ragazzi hanno testimoniato il loro incontro con il dolore e quello che mi ha stupito è stata la lucidità e semplicità con cui l’hanno raccontato.
 

La conclusione di ognuno di loro è stata che il dolore vissuto in quella particolare esperienza aveva prodotto qualcosa di nuovo dentro di loro. Aveva generato un nuovo punto di vista e un nuovo modo di relazionarsi alle persone e alle cose che incontravano.

Ad un certo punto hanno chiesto a tutti i partecipanti di scrivere in un nastrino un loro dolore, di inserirlo all’interno del palloncino, quindi gonfiarlo e lanciarlo in aria. Prenderne poi uno a caso, lanciato da altri, di farlo scoppiare e legare al proprio polso il nastrino recuperato dal suo interno. Un gesto simbolico per condividere il dolore di un’altra persona e in questo modo farlo diventare più sopportabile.

Tutto questo mi ha fatto riflettere su quanto sia difficile entrare in relazione con il dolore in generale, sia fisico che di altra natura, ma soprattutto di quanto poco siamo abituati a riciclarlo, trasformarlo.

A volte pensiamo che niente e nessuno possa compredere quello che proviamo, e ci facciamo sopraffare. Questi ragazzi mi hanno dimostrato che condividere può diluire, ridimensionare, sicuramente farci sentire meno soli.

Quindi oggi mi sono fatta piacevolmente sorprendere da un gruppo di giovani adolescenti, ho sempre pensato che i nostri figli possano a volte diventare nostri maestri e ieri ne ho avuto conferma.

Grazie ragazzi!