Ogni interpretazione della realtà si basa su una posizione che è unica e individuale. Bastano due passi a destra o a sinistra, e l’intero quadro muta. Lawrence Durrell, Balthazar, 1958

Ho piacevolmente scoperto, nell’ultimo periodo, di avere una passione smisurata per la storia dell’arte; probabilmente sempre avuta, ma dormiente.
Stavo cercando di comprendere un po’ di più Giorgione, attraverso uno dei suoi dipinti più famosi: “I tre filosofi”. Giorgione, nativo di Castelfranco (in provincia di Treviso), ha vissuto poco più di trent’anni e lasciato poche opere, ma tutte di grande valore artistico. Tre le parole chiave che lo riassumono: colore, pittura tonale, enigma.
I suoi soggetti erano spesso ispirati a un mondo di simboli e di allegorie, che lasciano a chi guarda il dipinto la possibilità di “interpretare”.

È stata questa parola che mi ha fatto riflettere e soprattutto questa frase:
 

… Si constata in un tutto ciò, una particolare tendenza a proiettare su Giorgione e sulla sua officina creativa, tematizzazioni che risentono pesantemente di una lettura storiografica posteriore…

Entro questa tendenza, si distingue per eccesso di immedesimazione in un clima umanistico tutto emblemi e simboli – più fiorentino che padovano.

È ovvio che gli storici dell’arte, per “interpretare un’opera”, terranno conto dell’ambiente in cui viveva l’artista, del periodo storico, di fatti e avvenimenti che potranno aiutarli a comprendere il pensiero sotteso, e che tutto questo molto spesso accade dopo, a volte molto dopo che l’artista ha vissuto.

MA la domanda che mi è sorta spontanea nel momento in cui, dalla ricerca è emerso che nel tempo i tre filosofi, da tali sono stati ipotizzati: astronomi, matematici, i re magi, piuttosto che tre capi religiosi…

come interpretiamo il pensiero di qualcuno, sia che riguardi oggi o tanto tempo fa?

Il mio pensiero si è spostato quindi a quello che accade a tutti noi quando “interpretiamo” un comportamento, una parola, un fatto.

Spesso pensiamo di sapere perfettamente quello che una persona prova, mettiamo in atto una lettura di pensiero che però, guarda caso, legge nella nostra mente invece che in quella di chi ci sta di fronte o da una qualsiasi altra parte.

E pensiamo che quel suo comportamento sia dovuto a questa causa, piuttosto che a un’altra…

Ma di chi? Nostra o loro?

Pensiamo di conoscere a tal punto la persona da capire perfettamente cosa sta dicendo e pensando, permettendoci a volte e con largo anticipo di emettere un giudizio, che a quel punto potrebbe diventare un pre-giudizio.

Quando ci troviamo di fronte a cose/situazioni che non comprendiamo, nel bene e nel male, facciamo una veloce panoramica di supposizioni partendo dal nostro vissuto e dalla nostra storia personale; è molto probabile che terremo conto di una serie di informazioni utili (tipo: ambiente, periodo storico, eventi, fatti di cui parlavo prima) ma il risultato rimarrà pur sempre nella sfera delle ipotesi e delle informazioni che ci riguardano.
Siamo sicuri di conoscere il nostro interlocutore al punto di poter essere lui, lei?

Questa riflessione mi ha portato a pensare che avremmo meno possibilità di sbagliare se permettessimo alle persone e alle situazioni di “darci” tutte le informazioni possibili e le considerassimo “nuove, sconosciute”, da ascoltare in ogni minimo dettaglio.
Un ascolto oggettivo, dimenticandoci chi siamo, la nostra storia personale e le nostre conoscenze, proprio come fa un bambino.

A volte siamo spinti da un bisogno spasmodico di fare qualcosa per qualcuno, anticipando quello che riteniamo sia una loro necessità; prima di partire in quarta, sarebbe utile valutare il bisogno di chi vogliamo soddisfare…