Può capitare di alzarsi al mattino e velocemente mettersi in azione, oppure continuare a bighellonare da una parte all’altra, incapaci di fare alcunché; l’inerzia delle abitudini si occuperà di fare quello che la nostra volontà, ancora assopita, stenta a mettere in atto.

Esiste differenza tra pigrizia e mancanza di motivazioni? “È pigro l’uomo che può far di meglio”

Ralph Waldo Emerson.

Per pigrizia s’intende l’impossibilità di compiere un’azione di cui si riconosce l’importanza; detta anche accidia, uno dei sette peccati capitali, secondo la catechesi della Chiesa Cattolica o Ignavia: una categoria di anime che Dante nella Divina Commedia condanna e disprezza, al punto da lasciarle fuori dalle porte dell’Inferno; farà pronunciare a Virgilio “Non ti curar di loro ma guarda e passa”; li considerava individui la cui viltà non li rendeva degni di considerazione…

Dante eccessivo? Non so, ho una mia idea di pigrizia.

La pigrizia, dal mio punto di vista, non è altro che un parziale o totale disinteresse nei confronti di qualcosa che dovremo fare, ma che tutto il nostro essere rifiuta… un male incurabile?

Ho una discreta esperienza in materia, tutte le volte che ho permesso alla pigrizia di prendere il sopravvento, ho notato che coincideva con l’incapacità di trovare senso o motivazioni rispetto all’obiettivo che stavo perseguendo.

Mentre in alcuni momenti tutto filava liscio, coincideva, gli eventi si concatenavano con sincronia, niente e nessuno avrebbe potuto distrarmi dal suo conseguimento pur con un adeguato sforzo; in altri: intoppi, fraintendimenti e blocchi interrompevano una forza di volontà che via via diventava più esigua, lasciandomi alla fine incapace di proseguire, come se niente stesse valendo lo sforzo.

Tanta fatica, poco o nessun risultato… Che cosa accadeva?

Ho individuato due ipotesi:

  • Stavo facendo qualcosa per compiacere qualcuno, ma ero disallineata con i miei desideri e valori.
  • Stavo facendo qualcosa per rispondere a una scelta fatta in passato, ma che in quel momento era in conflitto con la persona che ero diventata.

A questo punto escluderei la pigrizia e proverei a indagare in modo più profondo su senso o motivazioni.
Motivazione: quello che induce un essere umano a compiere o tendere verso una determinata azione.

Ha due funzioni: attivare (componente energetica) e orientare comportamenti specifici (direzione di orientamento).
Si tratta di un concetto molto ampio che generalmente è suddiviso in tre filoni principali: motivazione estrinseca, intrinseca e orientamento motivazionale.

La motivazione estrinseca è ad esempio l’impegno che si mette in atto con lo scopo di ricevere lodi, riconoscimenti, nel caso di uno studente: buoni voti, evitare castighi o brutte figure, cioè cercare esternamente il consenso; sarà lì che si troveranno scopo e motivazioni.

L’approccio contrario (intrinseca) vedrà sempre chi s’impegna trovare appassionante, gratificante, interessante l’oggetto di ricerca o studio e la sua soddisfazione deriverà nel sentirsi più competente, adeguato, preparato.

La motivazione intrinseca si basa quindi sulla curiosità che si attiva quando ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo, sconosciuto, che causa un conflitto concettuale che potrà essere superato solo attraverso l’esplorazione e la ricerca di nuove informazioni e soluzioni.

L’orientamento motivazionale: perciò da “motivazione” a “orientamento motivazionale“; secondo l’approccio cognitivista, un individuo costruisce attivamente il suo orientamento motivazionale.

Ciò avviene grazie alla rappresentazione degli obiettivi che l’individuo stesso vuole raggiungere o evitare; percepisce i propri mezzi e limiti, attraverso la stima di sé, e l’attribuzione causale, cioè attribuisce i propri successi/insuccessi a cause interne/esterne, stabili/instabili, controllabili/incontrollabili;

per interne/stabili/controllabili si intendono: abilità, impegno, uso di strategie appropriate;

per esterne/instabili/incontrollabili si intendono: fortuna, malessere temporaneo, attività troppo difficile, pregiudizi altrui.

Le “motivazioni” che mi hanno indotto a esplorare quest’argomento riguardano una serie di situazioni che mi sono accadute recentemente.

Più semplicemente vorrei approfondire e individuare un processo da applicare nei vari ambiti e momenti della vita quando sento che qualcosa mi sta distraendo dall’obiettivo, quando lo sforzo è maggiore del risultato, quando in quel momento vorrei essere altrove, o prendere in prestito da Harry Potter il mantello dell’invisibilità o la pozione polisucco e vestire i panni di altri.

Vogliamo una cosa e la otteniamo, a volte ci riusciamo facilmente, altre no.

Siamo orientati ad analizzare quello che non funziona, io invece voglio capire quali meccanismi si mettono in moto quando l’esito è positivo; sarà più facile scoprire cosa manca nell’altro caso?

Ovviamente ogni individuo avrà un suo modo personale per affrontare le situazioni.

Per una volta, invece che rimanere nella checklist delle cose che non funzionano o non vorremmo, proviamo a viaggiare nella linea del tempo e tornare a un momento positivo che abbiamo sperimentato, al conseguimento di qualcosa che TUTTI, abbiamo nella nostra storia personale.

A quel punto: individuare il processo che avevamo messo in atto, verificare cosa era accaduto e come avevamo agito, e perché no, a quali influenze avevamo dato ascolto

Per mia esperienza, ogni volta che ho sperimentato un blocco, ho individuato nella mancanza di senso la natura del problema, a volte l’ho chiamata pigrizia, di sicuro non l’ho demonizzata come Dante.

Ho imparato invece ad apprezzare la sua natura di “zona franca”; un momento propedeutico all’analisi e alla riflessione.

Alla fine della riflessione è risultato più facile concedermi di “aggiustare il tiro” oppure cambiare radicalmente quello che stavo facendo cercando di ascoltare il mio sentire.

Come scrive Vadim Zeland:
L’unico segno cui deve essere attribuita particolare attenzione è lo stato di benessere dell’anima al momento di prendere una decisione”.

(da Transurfing, Lo Spazio delle varianti).