Sono reduce da un’esperienza abbastanza singolare per la mia età: l’esame di stato per la maturità; in quasi età da pensione sarò matura abbastanza?

Da quando ho preso la decisione di avventurarmi in questo percorso ho vissuto emozioni altalenanti, a volte ero entusiasta degli argomenti che esploravo, delle conoscenze che acquisivo, delle sfide che superavo; altre mi chiedevo se valeva veramente la pena fare tanta fatica, rinunciare a tante cose e dedicarmi anima e corpo in quello che, a detta dei più, era un’operazione abbastanza inutile.

Mi sono state poste spesso domande sulle motivazioni che avevano sostenuto la mia scelta, molti si congratulavano per il coraggio, la determinazione, altri si stupivano e mi chiedevano: “Ma… a cosa ti serve?
Il fatto è che dentro quel “a cosa ti serve” avvertivo un giudizio che nascondeva una parola che odiavo e odio profondamente: ormai…

Come se l’istruzione fosse diritto esclusivo di un adolescente e la formazione avesse un unico scopo: essere tradotta in professione. Se non ti è utile a conseguire un livello professionale o ambire a un ruolo migliore… che senso può avere?

Come spiegare a qualcuno che ha avuto l’opportunità di studiare “a suo tempo” quanto possa essere importante per chi, per motivi diversi, non l’ha avuta questa possibilità?

Se da un lato questa mancanza mi ha spinto a non smettere mai di studiare, cercare, conoscere; dall’altro però, a parte riempire un faldone di attestati di partecipazione a mille e più corsi, mi ha precluso l’accesso a studi universitari.

No esame di stato, no università!

Senza questo benedetto diploma non potevo andare oltre. Detesto non poter scegliere e forse il motivo scatenante è stato proprio questo!
Ma la prova più “sfidante” è stata prepararmi insieme a un gruppo di ventenni che recuperavano gli anni scolastici; il programma e il fine erano gli stessi, le motivazioni allo studio assolutamente no.

È stata un’esperienza straordinaria perché vissuta a tutto tondo.

È difficile mettere in campo una singola parte di noi stessi, tutti i giorni ho esplorato me stessa come studentessa, facilitatrice, a volte come coach.

Mi sono messa in gioco e sono ripartita da zero; ho dovuto apprendere un metodo di studio finalizzato ai risultati richiesti, mortificando spesso la mia tendenza all’analisi e alla ricerca, totalmente inutili allo scopo da perseguire.

Sapevo di avere delle passioni ma che queste potessero nascondere insegnamenti che vanno oltre la disciplina stessa, ancora non lo avevo scoperto.

Storia dell’arte è una delle materie che mi hanno “insegnato” di più e forse questo lo devo al mio tutor e alla sua passione per l’arte. Ogni volta che raccontava un movimento, piuttosto che un autore o un’opera, riusciva a farti catapultare nel fermento storico, nello specifico evento, nell’atelier di quell’artista o, esplorando lo sguardo del personaggio ritratto, cogliere la sua interiorità.

Se in passato osservavo un dipinto o un’opera d’arte con un atteggiamento critico o di giudizio, approfondire la conoscenza in quest’ambito (pur marginalmente) mi ha permesso di fare un passo indietro e riconsiderare una serie di cose.

Quando guardiamo qualcosa, tendiamo a scorgere quello che conosciamo o vogliamo vedere e negare e criticare quello che non conosciamo o che percepiamo sgradevole, senza neppure capire perché.

Ci infastidisce? Lo eliminiamo o lo mortifichiamo, tralasciando di fare il passo successivo: comprendere.

Avvertiamo qualcosa, ma non andiamo oltre, neppure tentiamo di scoprire il sentimento sotteso. Dovremo invece sospendere il giudizio e permettere a qualcuno, diverso da noi, di essere se stesso, di potersi esprimere anche se non lo possiamo o sappiamo comprendere.

Marcel-Duchamp-Ruota-di-bicicletta-1913

Devo dire che non è stato facile osservare quella che è considerata un’opera d’arte Dada senza esprimere un giudizio negativo. Sfido chiunque davanti a un cavalletto di legno con montata sopra una ruota di bicicletta o un orinatoio di ceramica rovesciato non sentirsi quantomeno spaesati…

Ma quando intuisci i sentimenti di quegli artisti, fuggiti dai loro paesi per evitare di essere coinvolti in un conflitto assurdo, allora forse, anche se non riesci a giustificare il senso delle loro provocazioni, puoi almeno tentare di comprendere.

Pur rimanendo opere che non comprerei mai, ho sospeso il giudizio, ho mantenuto la mia mente aperta.

Questo non significa che dobbiamo farci piacere ogni cosa, ci saranno alcune opere o artisti che ci emozionano, altre che ci lasceranno indifferenti, altre ancora che non comprendiamo, ma non per questo le riteniamo meno degne di avere un proprio spazio.

Questo vale anche nella vita, ci sono persone che ci emozionano, altre che ci lasciano indifferenti e altre ancora che non comprendiamo, ma non per questo le riteniamo meno degne di avere un proprio spazio.

Se ci lasciamo turbare da ciò che non conosciamo ci precludiamo un sacco di possibilità; il nostro mondo è piccolo ma potenzialmente infinito. Il giudizio ci limita e questo è proprio un peccato.