Si fa un gran parlare di “autostima”… Che cosa è? Wiki recita:

L’autostima è il processo soggettivo e duraturo che porta il soggetto a valutare e apprezzare se stesso tramite l’auto-approvazione del proprio valore personale fondato su auto-percezioni. La parola autostima deriva appunto dal termine “stima”, ossia la valutazione e l’apprezzamento di se stessi.

e, a cosa serve?
Dovrebbe servire a farci sentire bene con noi stessi e nei confronti degli altri…

La vita e le “cose” che ne fanno parte si può affrontare in due modi: agendo/giocatore o subendo/vittima.

Quando agisci, hai fatto una scelta e sei consapevole di cosa comporta questa azione. Magari hai fatto un’analisi SWOT della situazione, hai valutato punti di forza, di debolezza, opportunità e minacce e sei pronto ad assumerti la responsabilità di quello che incontrerai. Se anche i risultati non saranno quelli attesi… ok, sai che è quanto di meglio tu avresti potuto fare, in quella specifica situazione.

Quando subisci, quasi sempre, non hai consapevolezza di cosa sta accadendo, non puoi valutare nessun pro o contro e istintivamente ti metti in difesa; come ben si sa, la miglior difesa è l’attacco e quindi è come ci lasciassimo sfuggire di mano il paniere di uova appena raccolte.

Esistono trattati e studi da perderci la testa, così come esistono le 5 regole, i 10 principi, le 44 parole chiave, insomma tutti pensano di poter sciorinare metodi e strategie per aumentare l’autostima, io provo a semplificare …

Quando nasciamo siamo dei bimbetti puri, trasparenti, pensiamo che tutto sia possibile e neppure ci sfiora l’idea che qualcun altro possa pensare di noi qualcosa di diverso da quello che noi pensiamo di noi stessi; che cosa accade nel tempo che ci fa cambiare questa convinzione?

Mi sono chiesta spesso se nasciamo giocatori o vittime, se faccia parte del nostro DNA o se l’epigenetica abbia qualcosa da dire al riguardo.

L’epigenetica (per farla breve) sostiene che non siamo destinati a soccombere alle leggi dell’ereditarietà, bensì possiamo diventare co-creatori della nostra realtà. Quindi potremo, in tutta tranquillità, affermare che sta a noi decidere chi siamo e chi vogliamo essere.

Allora se abbiamo tutto questo potere, per quale motivo il giudizio di un altro ci può uccidere o portare nell’olimpo degli dei?

Che cosa sa di noi quel qualcuno, che noi non sappiamo di noi stessi?

Un po’ come dire, abbiamo in mano la nostra vita ma chiediamo agli altri come la vedono loro.

E come potrebbero vederla se non dal loro punto di vista? Attraverso conoscenza di loro stessi e della loro storia personale?

Quando formuliamo un giudizio nei confronti di una persona, con quale criterio o conoscenza lo esprimiamo se non attraverso il nostro criterio e la nostra storia individuale?

Possiamo giudicare un comportamento, oggettivamente, ma questo non farà sentire l’altro attaccato, oltraggiato. Quello che può minare la stima che noi abbiamo di noi stessi non è il giudizio su un nostro comportamento bensì un giudizio di merito sulla persona che siamo, e oggettivamente nessuno può farlo, nessuno può sapere qualcosa di noi stessi che neppure noi sappiamo…

Che cosa potremmo fare allora?

Io ho adottato una strategia semplice, per prima cosa sono scesa a patti con il “giudizio” ho trovato un accordo.

Solo giudizi oggettivi su comportamenti, sia nei confronti degli altri che di me stessa. Ho anche preso accordi con quella parte di me che agirebbe di riflesso, con gli automatismi, accettando che in momenti di stress potrebbero prevalere. Ok sono un essere umano!

Ho accettato il fatto che la vita è una scuola nella quale apprendi e “casualmente” impari di più quando fai qualche errore. Ci saranno alcuni giorni in cui mi sentirò meglio che in altri, va bene! Così come andrà bene se non mi sentirò al top.

Ci sono giorni in cui mi sento totalmente estranea al mondo e altri in cui mi commuovo ad ogni piccola cosa che accade; io, noi, siamo tutto questo, il come questo o quello accade, dipende esclusivamente da noi; non dobbiamo permettere che siano gli altri a deciderlo, per nessun motivo.

Tre persone erano al lavoro in un cantiere edile. Avevano il medesimo compito, ma quando fu loro chiesto quale fosse il loro lavoro, le risposte furono diverse. “Spacco pietre” rispose il primo. “Mi guadagno da vivere” rispose il secondo.

“Partecipo alla costruzione di una cattedrale” disse il terzo.

Peter Schultz