Ogni cultura assimila elementi di culture vicine o lontane, ma poi si caratterizza per il modo in cui li fa propri. Umberto Eco

Come si dice? Si dice cosi!

Se nel modello semiotico informazionale il rilievo era posto sull’azione interpretativa, compiuta sui messaggi attraverso il codice, in quello testuale questo limite è superato, non sono più i messaggi a essere trasmessi ma quanto si costruisce intorno.

Infatti, nella comunicazione di massa i destinatari non ricevono singoli messaggi riconoscibili da codici conosciuti e/o condivisi, ma insiemi di pratiche testuali.

Con questa premessa riprendiamo il nostro viaggio sulle evoluzioni del modello generale della comunicazione che ci aveva visto conoscere – nel post precedente – il primo dei modelli semiotici proposti da Umberto Eco e Paolo Fabbri verso la fine degli anni settanta.

Quello che mi ha affascinato di questo modello sono i presupposti concettuali su cui si basa, cioè la distinzione semiotica tra grammatica e testo.

Credo che, chi come me ha imparato una seconda lingua in età adulta sappia quanto sia faticoso l’apprendimento, mentre ricorda vagamente o non ricorda per niente come ha imparato in modo spontaneo e naturale la lingua materna da piccolo.

E, se anche non lo ricordiamo, chi ha dei figli piccoli può nuovamente sperimentarlo.

La differenza sostanziale tra il bambino che impara la lingua materna e l’adulto che studia una seconda lingua, si distingue dal fatto che quella materna si acquisisce senza grammatica, attraverso meccanismi di prova ed errore basati su esempi o modelli.

Il processo è quello dell’imitazione, il bambino ascolta e ripete e se sbaglia si corregge semplicemente riformulando la frase e dicendo: “Si dice cosi!”

Il bambino si approccia perciò alle elementari sapendo parlare correttamente pur senza conoscere alcuna forma sintattica o morfologica sulla quale è in però grado di costruire il suo discorso. Parlare senza regole è possibile e l’hanno sperimentato anche generazioni di emigranti in passato e continuano a farlo oggi.

Quando si arriva in un paese di cui non si conosce la lingua, si apprendono i rudimenti attraverso l’ascolto e la ripetizione di frasi prodotte sulla base di regole grammaticali assimilate spontaneamente, proprio come i bambini.

Con l’apprendimento della seconda lingua “scolastica” invece accade il contrario, s’imparano le regole grammaticali sulle quali si costruiscono delle frasi tipo: “the pen is on the table…” (chissà se ha mai fregato a qualcuno sapere che la penna era sul tavolo…).

Si è costretti a pensare e formulare frasi in forma corretta e poi costruire il discorso, un pezzo alla volta; che fatica!

Quindi, tornando al modello, immaginare che la comunicazione di massa funzioni per codici sarebbe come pensare che i due attori: Emittente e Destinatario si rifacciano a forme grammaticali.

Il modello testuale ragiona invece sulla base di competenze e pratiche testuali, cioè presuppongono che la comunicazione assomigli di più ai processi che governano l’acquisizione di una lingua materna.

Pratiche grammaticali e testuali, un meccanismo che ritroviamo anche in rapporto a prodotti culturali; ci basti pensare alla differenza tra un Manuale – insieme di spiegazioni di regole e teorie – e un Testo Sacro – contenuti immodificabili e incriticabili.

I Manuali contengono grammatiche le cui regole cambiano nel tempo; il libro Sacro può essere commentato, glossato, citato, ma mai modificato.

La stessa differenza si riscontra nei sistemi giuridici di derivazione romana che si basano su codici (grammatica – i codici contengono leggi, cioè regole) e quelli inglesi e statunitensi che seguono i principi della common law (repertori testuali – sentenze e precedenti ricavati da processi del passato che compongono la common law – cioè archivi di esempi).

Gli ambiti che toccano questo modello sono vari ma in tutti vige l’interpretazione.

semiotico-testuale

Umberto Eco e Paolo Fabbri a tal proposito propongono alcune osservazioni sul comportamento dei destinatari:

  • ricevono insiemi testuali e non messaggi unici riconoscibili;
  • confrontano i messaggi con i propri insiemi di pratiche testuali depositate
  • ricevono molti messaggi insieme, sia in senso sincronico (in quel preciso momento), sia diacronico (evoluzione nel tempo)

Siamo capaci di interpretare i messaggi televisivi, radiofonici o altri, perché ci siamo abituati a comprenderli nel tempo grazie a una sedimentazione di precedenti esperienze (insiemi di pratiche testuali). In questo vale più la consuetudine di esposizione che la conoscenza astratta dei meccanismi – propria dello studioso che ricostruisce le grammatiche.

Chi fruisce del messaggio ha a disposizione un repertorio di situazioni comunicative apprese, il processo di interpretazione riguarderà perciò l’incasellamento di un frammento di comunicazione all’interno del patrimonio dei modelli già acquisiti. Saremmo così in grado di riconoscere generi e formati ricorrenti: giallo, commedia, cronaca, costume etc.

Riepilogando, se il primo modello metteva in discussione il codice, ha introdotto il sottocodice e distinto tra messaggio inviato e ricevuto, questo modello conferma la presenza dei codici ma dibatte sul fatto che si ricorra a codici grammaticali durante l’interpretazione o produzione di un messaggio.

È riproposto con determinazione il principio di negoziazione di significato – punto d’incontro tra esigenze e reciproca autonomia di Emittente e Destinatario.

Negoziazione che compirà un nuovo passo nel successivo modello semiotico-enunciazionale, ma questa è un’altra storia che affronteremo nel prossimo post.

Le opere letterarie ci invitano alla libertà dell’interpretazione, perché ci propongono un discorso dai molti piani di lettura e ci pongono di fronte alle ambiguità e del linguaggio e della vita.

Umberto Eco

tratto da Sociologia delle Comunicazioni di Massa di Renato Stella edizioni Utet

Modelli semiotici