Il caos è un ordine da decifrare […] perché nel mio lavoro in banca si fa con cifre, e le cifre, quando si presentano mescolate, confuse, possono apparire come elementi caotici a chi non le conosca, eppure in loro c’è, latente, un ordine, in realtà credo che le cifre non abbiano senso al di fuori di un qualsiasi ordine si dia loro, il problema sta nel saperlo trovare […] e anche le immagini che vi sono dentro (a un video), le une accostate alle altre in modo da raccontare una storia, cioè, un ordine, e i successivi caos che formerebbero se le disperdessimo prima di riaccostarle per organizzare storie diverse, e i successivi ordini che così otterremmo, sempre lasciando dietro un caos ordinato, sempre avanzando un caos da ordinare.

Sembra un testo privo di senso, almeno in questo contesto, senza un “prima” o un “dopo” cui collegarsi.

È tratto da “L’uomo duplicato” di Josè Saramago un romanzo per certi versi surreale, ma che ho trovato molto coinvolgente.

In realtà la frase “Il caos è un ordine da decifrare” è a sua volta tratta dal libro dei contrari e nella narrazione viene citata dalla fidanzata “a tempo” Maria da Paz di Tertuliano Maximo Alfonso, il protagonista, un nome a dir poco insolito che nella narrazione viene citato sempre per esteso in modo ossessivo.

Ma torniamo alla frase che, per un motivo che non mi è chiaro, mi si è riformulata nella mente in questo modo: “l’amore ha un suo ordine da decifrare”.

Che strana analogia, tuttavia così come il caos anche l’amore si presenta come un mix di cose mescolate e confuse che possono apparire caotiche a chi si trova a incontrarle: anche nell’amore c’è, latente, un ordine; in realtà credo che l’amore non abbia senso al di fuori di un qualsiasi ordine gli si dia, il problema sta nel trovarlo.

Un ordine che si ordina e riordina in storie diverse, in un susseguirsi di amore ordinato e da ordinare. A questo punto si potrebbe pensare che sono confusa o che mi sia bevuta il cervello, (e forse è proprio così) ma nella mia “insanità” ho deciso di imboccare questo labirinto per tentare di scoprire ancora una volta che cosa sia l’amore.

Ebbene sì, non sono ancora riuscita a trovare un senso a gesti estremi che si compiono in nome dell’amore o a totali annientamenti di persone che hanno perso, per vari motivi, la persona amata.

In questo contesto mi riferisco all’amore tra un uomo e una donna, non all’amore universale o a quello tra un genitore e un figlio o altri ancora.

Partiamo quindi da un assunto: tutti gli esseri umani ambiscono ad amare e essere amati; conditio sine qua non è incontrare l’amore più o meno eterno, quello che ti fa sentire appagato, felice, unico, in altre parole incappare in colui/lei che dà senso alla propria esistenza. Quindi affetto, simpatia, empatia, passione, attrazione, rispetto e la lista potrebbe continuare a lungo, vanno ordinati in un determinato modo per dare corpo e senso all’amore.

Il Tempio dell’amore (Arte Sella Valsugana)

Quale ordine allora dobbiamo decifrare? Soprattutto, con quale priorità?

Lasciamo che sia l’attrazione, la passione a condurre? In questo caso probabilmente non si terrà conto di una quantità infinita di conseguenze che il senso comune ci porterebbe a considerare.

Oppure lasciamo che razionalità e cose che niente hanno a che fare con l’amore, che si collocano più nella sfera dei bisogni (ambito materiale) o desideri (ambito emotivo) abbiano la meglio?

A questo punto una domanda potrebbe sorgere spontanea ma cosa centrano bisogni e desideri con l’amore?

Il fatto è che spesso quello che viene spacciato per amore, altro non è che la soddisfazione di un bisogno primario o sociale: sposarsi o vivere una relazione per tornaconto, per sopravvivenza, oppure per ostentazione, per conseguire o mantenere uno status symbol, finendo quindi per dare un ordine individuale e del tutto soggettivo all’amore.

Certo non esiste un ordine assoluto ma, a mio avviso, esiste una moralità.

Provo a spiegarmi meglio:

Charles Horton Cooley (sociologo statunitense, tra i principali teorici dell’interazionismo simbolico) interpreta la relazione ego-alter attraverso la sua teoria del sé specchio, affermando che il nostro sé è definito dallo specchio che ci guarda, cioè il risultato di un processo sociale dove impariamo a vedere noi stessi come gli altri ci vedono. Una relazione di “dipendenza” che cambia a seconda di chi ci troviamo di fronte.

George Herbert Mead (considerato uno dei padri fondatori della psicologia sociale) vede invece il sé come prodotto della mente, un elemento esterno e centro della riflessività, capace di immaginare situazioni future in base a esperienze passate. Mente che permette il collegamento io/altri e la riflessione sul proprio agire e sulle strategie da mettere in atto, in grado quindi di avere consapevolezza del sè e scegliere anziché dipendere.

Credo che a moltissime persone sia capitato di innamorarsi più o meno “perdutamente” di qualcuno e dimenticarsi totalmente di qualsiasi ordine di qualsivoglia natura: morale o materiale che sia e lasciarsi trasportare da questa passione dimenticando che prima o poi dovrà fare i conti con la realtà. Sì perché solitamente queste “passioni” sono proibite e proprio per questa loro natura, più intriganti e coinvolgenti. Che ordine seguono questi amori, qual è la struttura su cui poggiano?

Immaginiamo per un momento che l’amore abbia una sua configurazione di base, che abbia un suo ordine prestabilito; che cosa accade quando un elemento di “disturbo” rompe l’insieme ordinato?

La cosa che io ritengo sostanziale riguarda la soggettività della relazione individuo/amore. Siamo portati a pensare che si possa parlare di amore tra due persone solo quando l’amore diventa coagulante della relazione, io invece ho la convinzione che l’amore riguardi il singolo individuo e che sia qualcosa di esterno che si incontra con un qualcosa di altrettanto esterno di un’altra persona.

Il mio amore incontra il tuo amore e insieme costruiamo un amore terzo. Un’entità che vive di vita propria che continua a essere alimentato dall’amore di noi due; un’alimentazione specifica di quella relazione mai uguale a nessun’altra.

Si potrebbe pensare che la consapevolezza tolga spontaneità o limiti l’autenticità, io credo invece che esasperi ogni elemento dell’ordine dell’amore, lo amplifichi e lo renda più forte.

Se siamo consapevoli di cosa accade dentro di noi, se riusciamo a discernere e distinguere l’amore nella sua complessità, dai singoli elementi, siamo persone libere di decidere in qualsiasi caso cosa vivere.

Possiamo anche pensare che in quel preciso momento della nostra vita vogliamo una storia di pura passione o di convenienza o di qualsiasi altro tipo ma, non raccontiamoci storie e impariamo a usare la parola “amore” in modo appropriato.

Una disquisizione che forse non mi ha fatto uscire dal labirinto, ma che ha chiarito alcuni aspetti di questo sentimento tanto controverso.

Mi piacerebbe che il significato di questo vocabolo fosse condiviso, che si smettesse di parlare di amore per parlare d’altro e invece che riempirci la bocca di questa parola provassimo realmente a capire quale sia il sentimento che orienta il nostro agire.

Dovremmo essere educati da piccoli a imparare il significato dell’amore, prima di tutto nei confronti di noi stessi e appreso questo diventerebbe più facile amare realmente l’altro, gli altri.

L’amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo. L’amore deve avere la forza di attingere la certezza in sé stesso. Allora non sarà trascinato, ma trascinerà. (Herman Hesse)