La vita umana non dura che un istante. Si dovrebbe trascorrerla a far quello che ci piace. A questo mondo, fugace come un sogno, vivere nell’affanno, facendo solo ciò che spiace, è follia.

Jôchô Yamamoto, Gli insegnamenti del Maestro di Hagakure, 1710.

Che cosa può portare una persona a sentirsi “difettosa”?

Ho passato buona parte della mia vita di adulta a tenermi in disparte, a indossare il mantello dell’invisibilità, a precludendomi la possibilità di sperimentare nuove relazioni in generale, non solo affettive.

Per un certo periodo ho ritenuto responsabile l’autismo di mio figlio, senza rendermi conto che ero io ad essere incapace di sentirmi adeguata.

Inconsapevolmente mi ritenevo una madre “difettosa” che non meritava di incontrare e vivere relazioni se non con qualcuno altrettanto “difettoso” nella convinzione che solo tra “rotti, guasti” ci si potesse intendere.

Ho lottato a lungo e in diverse direzioni per combattere contro questo sentire, in solitaria, accompagnata dalla consapevolezza della mia vulnerabilità, dalla paura di essere ferita, usata e abbandonata proprio in ragione di questa diversità.

Non è facile capire, prendere coscienza che nella nostra diversità di madre imperfetta e figlio autistico c’è una quantità infinita di amore che ha solo bisogno di essere espresso e incanalato nella giusta direzione, che entrambi siamo creature straordinarie pur a volte incapaci di esprimere quello che proviamo. La difficoltà è accettarci per ciò che siamo, perché continuamente giudicati, compatiti e misurati attraversi gradi e filtri di normalità.

Beh onestamente non so neppure perché oggi mi ribelli a tutto questo ma, pur continuando a sentirmi una madre difettosa, da questo momento questa imperfezione la voglio considerare una cicatrice da non nascondere, di cui semmai vantarmi.

So che le persone, quelle vere, quelle per cui valga la pena di lottare, pur poche sanno e sapranno guardare oltre.

Mi è capitato di concedermi di immaginare a come avrebbe potuto essere la mia vita senza mio figlio, senza questa esperienza di genitorialità; ora sono molto felice non solo di non saperlo ma neppure di volerlo sapere. Vivo il presente con tutto quello che comporta e ringrazio il cielo per le tante opportunità che giorno dopo giorno mi offre.

Un qui e ora nel quale mi concedo la possibilità di essere, prima che madre: persona e donna.

I ruoli che possiamo rivestire nell’arco della nostra esistenza sono molti, variabili e sta a noi decidere quale sia quello che ci rappresenta al meglio.

La teoria dei ruoli di R.H. Turner (Interazionismo simbolico, Scuola di Chicago) parla di Ruolo Persona riferendosi al ruolo che tendiamo ad assumere più spesso nella vita quotidiana, che può dipendere da auto-attribuzione (ruolo che io desidero fondere con la mia identità), etero-attribuzione (quello che altri continuano ad attribuirmi) o auto-riflessione (identificazione in un ruolo estendendone gli effetti anche agli altri, il modo più semplice per rendersi comprensibili agli altri – si tratta di una estensione spazio temporale di un ruolo che proviene da un contesto delimitato a tutti i contesti in cui si interagisce).

Nel primo caso decidiamo noi quale sia il ruolo prioritario nel quale vogliamo identificarci; nel processo di etero-attribuzione, ad esempio, un carcerato continua a rivestire per gli altri quella identità anche dopo aver scontato la pena; nel terzo caso un deputato, un senatore lo sarà indipendentemente dal contesto in cui si trova.

Ho ritenuto utile specificare questo, perché mi è accaduto spesso che molte persone mi conoscano come la madre di Martino di cui forse neppure conoscere il nome; facile quindi indentificarsi in questo ruolo e fargli ruotare tutto intorno, un punto di vista che inevitabilmente può alterare molte, moltissime cose.

Ora ho deciso di lottare contro aspettative, pregiudizi, condizionamenti, convinzioni e con grande determinazione, come quando ci si fa strada nella giungla con l’accetta, tagliare tutto quello che mi impedisce di proseguire.

Sento il bisogno, il dovere e anche il diritto di trovare uno spazio che mi permetta di assumere la mia vera identità a prescindere, anche e soprattutto, dai bisogni oggettivi di mio figlio.

Ho capito che pensarlo non è sufficiente, devi mettere nero su bianco questo pensiero perché poi ogni azione sia coordinata e coerente; per pudore, per riservatezza e a volte per timidezza ho accettato e taciuto cose che avrei voluto urlare.

In questo momento ho deciso che è il momento di riappacificarmi con il mondo e per farlo devo entrare in relazione con le persone.

Un incontro che a volte potrà diventare uno scontro ma credo sia inevitabile, ho capito che è l’unico modo per comunicare veramente. Me lo devo.