Che cosa sta succedendo qui? Che cosa sto facendo? Sto facendo la cosa giusta?

A volte mi capita di fermarmi per un momento e pormi queste domande; spesso accade in momenti contingenti, nei quali devo prendere velocemente una decisione. Che fare? Ascoltare la pancia, razionalizzare? Forse entrambi ma in realtà, quello che faccio senza rendermene conto è passare velocemente in rassegna una sequenza di “frame”, di cornici che mi aiutano a: definire la situazione in cui mi trovo, verificare quali sono gli obiettivi che sto perseguendo, qual è il contesto in cui sto agendo, quali sono le aspettative mie e degli altri attori coinvolti. Attori? Si, siamo tutti attori coinvolti in una rappresentazione e in base a questa, decidiamo di indossare una maschera, una facciata per rappresentare il ruolo da portare in scena.

Ervin Goffman ne “La vita quotidiana come rappresentazione” propone la prospettiva della rappresentazione teatrale, esamina la vita sociale come tessuto di relazioni elementari, automatismi, comportamenti ricorrenti, incontri casuali, interazioni episodiche, frammenti di conversazione: un teatro del quotidiano dove la messa in scena è opera di gruppi che sono vere e proprie équipe teatrali, che si muovono in uno spazio scenico diviso tra ribalta e retroscena. La posta in gioco è il successo nella presentazione di sé stessi.

Che cosa fa dunque l’individuo?
Riveste il ruolo di attore attivo e razionale capace di comprendere le aspettative altrui cercando di conoscere, etichettare e/o classificare una persona in base al ruolo che riveste.

In una relazione la persona che abbiamo di fronte cerca in genere di avere informazioni sul nostro conto, o si serve di quanto già conosce di noi per farsi un’idea. Si tratta di informazioni utili a definire una situazione, sapere in anticipo che cosa ci si aspetta gli uni dagli altri e scegliere l’azione migliore da intraprendere per ottenere la reazione che ci sembra più efficace.

Quello che facciamo perciò è controllare la condotta della controparte e il trattamento che ci viene riservato; il nostro scopo è ottenere risposte e persuadere l’altro che siamo persone rispettabili senza usare violenza o coercizione, è importante ricordare che le prime impressioni rivestono un ruolo fondamentale!

Goffman rileva che l’espressività dell’individuo (e perciò la sua capacità di far impressione su terzi) sembra basarsi su due tipi di attività semantica radicalmente diversi che definisce: espressione assunta intenzionalmente o lasciata trasparire.

 

  • La prima (volontaria) comporta quei simboli verbali, o loro sostituti, che l’individuo usa deliberatamente e intenzionalmente soltanto per comunicare le informazioni che egli stesso e gli altri convengono di attribuire a tali simboli; entra così nella parte e recita il copione predeterminato.
  • La seconda (lasciata trasparire) quindi meno palese e non controllata che comprende una vasta gamma di azioni che gli osservatori possono considerare come sintomatiche dell’attore. In realtà sono proprio queste a essere valutate perché ritenute involontarie e quindi più vere.

In altre parole prima di salire sul palcoscenico della vita (consapevolmente o inconsapevolmente) cerchiamo nel nostro repertorio la facciata adatta ad affrontare una specifica situazione e poi interpretiamo il ruolo che ci permetterà di conseguire i risultati che ci prefiggiamo.

Siamo abbastanza bravi a individuare la situazione, cercando nel nostro “archivio” circostanze simili e laddove non ne troviamo improvvisiamo partendo da stereotipi. L’obiettivo in prima battuta è conoscere e capire chi abbiamo di fronte.

Tuttavia, a mio parere per conoscere veramente l’altro e la sua unicità, bisogna andare oltre e aggiustando il tiro abbandonare i luoghi comuni.

Tutto questo mi ha fa riflettere sulle modalità di interazione che attuiamo nella quotidianità, buona parte delle quali viaggiano a una consapevolezza bassissima. Certo i ritmi di vita che abbiamo difficilmente ci consentono di “conoscere” un altro individuo o una situazione in modo dettagliato e per gradi; spesso abbiamo bisogno di capire se ci possiamo fidare di persone o cose velocemente, senza considerare quali potrebbero essere le conseguenze che in alcuni casi possono essere irrilevanti, mentre in altri assolutamente no.

Non sono ancora riuscita a trovare una soluzione unica che si possa adattare alla pluralità di situazioni che affrontiamo, ma una cosa è certa, per contenere eventuali danni è richiesta la presenza e l’ascolto delle prime impressioni.

C’è una parte di noi che sa e che ha poco a che fare con la razionalità e la ragionevolezza, il nostro corpo è in grado di inviarci segnali, che se impariamo a decodificare, ci raccontano un sacco di cose di chi abbiamo di fronte e di cosa sta accadendo. Possiamo chiamarla chimica, intuizione o “sentire a pelle” o in qualsiasi altro modo ma di sicuro è in grado di torglierci da eventuali pasticci.

Pertanto, se da un lato lo stereotipo ci facilita la vita, dall’altro la condiziona e ci porta a collocare in un casellario definito persone, cose o eventi, impedendoci di andare oltre e di definire la situazione in modo corretto.

In ultima analisi la definizione della situazione è soggettiva, perché parte dal punto di vista di chi la osserva che si avvale della sua storia personale e degli elementi a lui conosciuti non necessariamente comuni all’altro o altri interlocutori; per conseguirne una comune sarà necessario negoziare e trovare una nuova cornice che possa tenere conto dei punti di vista di tutti gli attori coinvolti.

Simboli del sé e Realtà sociale” propone un esempio che peraltro è molto attuale in questo periodo: “Cincinnati, un poliziotto americano bianco spara e uccide un ragazzo afroamericano di 19 anni ricercato per reati minori. Inizialmente la polizia accetta la definizione della situazione del poliziotto che sostiene di aver visto sfilare dalla cintura del ragazzo una pistola, definizione che però non viene suffragata da alcuna arma trovata nella scena del delitto. La definizione di “pericolo imminente” in cui si era sentito lo sbirro, giustificava però dal punto di vista della polizia, la sua azione e non lo riteneva colpevole di alcun crimine.
La comunità afro-americana contesta invece tale definizione, percependo l’atto come l’ennesimo esempio di razzismo praticato dalla polizia; le loro istanze sono convalidate da una ricerca giornalistica secondo cui almeno altri 15 ragazzi di colore, sono stati uccisi nei cinque mesi precedenti in contesti analoghi
”.

Un esempio che evidenzia come le persone possono trovare difficile arrivare a un accordo condiviso su cosa stia accadendo o cosa sia successo in una data occasione.

Ma possiamo anche pensare alle cose di tutti i giorni, immaginiamo un incidente e alcuni testimoni: difficilmente si avrà una visione comune e ogni persona definirà la situazione in modo molto personale, a volte decisamente creativo.

la vita, l’identità, il significato sono tutti compresi come consistenti in null’altro che… esercizi di interpretazione di ruolo. La realtà sociale viene esperita tramite le performance di vita, le performance di tutti i giorni.

Daniel Mackay

Simboli, Sé e Realtà Sociale – l’approccio interazionista simbolico alla psicologia sociale e alla sociologia. A cura di Cirus Rinaldi (vari autori)
La Vita uotidiana come rappresentazione – Erving Goffman